A destra c’è vita. E c’è vita soprattutto fra gli intellettuali che discutono, forse anche litigano, che ragionano e provano a dare una risposta nientemeno che a un quesito che ha una storia lunga quanto tutta l’età moderna: la cultura è autonoma dalla politica e fino a che punto questa autonomia può spingersi senza contraddire sé stessa? Se si guardano le cose in un’ottica storica, metapolitica, seria, è questo il senso ultimo della vicenda che vede protagonisti in queste ore, su diverse sponde, due intellettuali colti, raffinati, non banali, mai conformisti, quali Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, che si trovano alla testa, rispettivamente, del Ministero della Cultura e della Fondazione Biennale di Venezia...
Certo, ai media piace buttarla in caciara, soffermandosi sugli aspetti esteriori del contendere, che pure hanno ovviamente la loro importanza. E alle forze di opposizione fa gioco vedervi chissà quale frattura nel governo, se non addirittura, come pure si è letto, una finale “resa dei conti” a destra fra opposte fazioni. Nessuno, o quasi, che si sia dimostrato invece all’altezza del contendere, confrontandosi coi dilemmi politici, culturali, persino etici, che l’episodio solleva e che potrebbero essere l’occasione per un confronto di alto spessore ed esso sì profondamente culturale. A destra, come a sinistra. Un tempo non sarebbe stato così.








