Non è facile la vita dell’intellettuale a destra, non lo è mai stata. Ancora oggi siamo una sparuta minoranza: qualche storico, pochi ed emarginati registi e uomini di spettacolo, quasi nessuno fra gli scienziati e i filosofi.
La campagna referendaria ha confermato questo dato di fatto, con una accentuazione, se possibile, dell’ipocrisia e dei toni allarmati e quasi apocalittici da parte degli intellettuali di sinistra. Eppure, dopo tre anni e mezzo di un governo di destra che ha conquistato consensi e stima anche presso le sempre diffidenti cancellerie straniere, era lecito aspettarsi di più.
Quali i motivi di questa ostilità quasi sempre preconcetta? Certamente l’ideologia, che per quanto transitata a sinistra dal vecchio marxismo al wokismo, ha conservato, ed anzi accentuato, i tratti ereditati dal passato di intolleranza, costante delegittimazione morale dell’avversario, avversità verso la democrazia liberale. La destra quindi esprimerebbe, al massimo, una sottocultura, espressione di idee e di un immaginario a cui è inutile prestare attenzione e che va semplicemente liquidato come “populista”, “reazionario”, “fascista”. Il fatto che non ci sforzi nemmeno di capire l’altro, che alla critica basata su argomentazioni si preferisca lo sfoggio di luoghi comuni e frasi fatte, è all’origine della scarsa originalità, ripetitività, stasi, che è propria della cultura italiana degli ultimi anni.







