“Viva la Revolución!”. Il memorabile grido del ribelle Leonardo DiCaprio con tanto di pugno alzato rivolto al “sensei” messicano Benicio Del Toro è già cult, e sintetizza in modo efficace lo spirito del film che ha trionfato come migliore dell’anno agli Oscar, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Non era scontato che nel Paese di Trump e dell’Ice, della feroce politica anti migratoria e anti dissenso americana, vincesse un film che racconta l’importanza di ribellarsi al sistema, di lottare contro le ingiustizie e contro il potere corrotto, di schierarsi a tutela dei più deboli, gli immigrati, i clandestini. Ci è riuscito a pieni voti Anderson, che ha vinto un totale di sei statuette, tra cui l’Oscar come miglior regista e miglior sceneggiatura (non originale, ha adattato Vineland di Thomas Pynchon), senza fare grossi proclami politici sul palco. Ci ha tenuto giusto a dedicare un pensiero, coerente con il suo film, alle nuove generazioni che «ci porteranno un po’ di dignità e decenza, dopo il gran casino che stiamo lasciando noi a questo mondo».
Oscar 2026, trionfa Anderson: “Una battaglia dopo l’altra” batte “Sinners” 6 a 4. Delusione Chalamet
Disponibile su HBO, sospeso tra dramma, commedia e film d’azione, Una battaglia dopo l’altra mette in scena in modo magistrale le due anime dell’America di oggi: quella dei suprematisti bianchi conservatori, interpretati al meglio da Sean Penn nei panni del colonnello nazionalista Steven J. Lockjaw, e quella dei libertari che non ci stanno e si battono per la giustizia sociale e la tutela dei diritti dei più deboli (DiCaprio, Del Toro, Teyana Tailor). Nel mezzo c’è l’innocenza delle nuove generazioni, incarnata dall’esordiente Chase Infiniti nei panni di Willa, figlia di ex rivoluzionari e decisa a ribellarsi a sua volta in un modo nuovo. «È il cuore del film», l’aveva definita DiCaprio tempo fa e la scorsa notte Anderson ha ribadito il concetto. È il suo sguardo fresco, nuovo ma erede delle lotte di ieri, che il cineasta ci tiene a far emergere, servendosi di un cast in stato di grazia e una scrittura impeccabile che non fa sconti a nessuno (neanche ai rivoluzionari) nel mostrare le ferite aperte di un’America piena di contraddizioni, in cui la questione della giustizia preoccupa quanto quella della discriminazione razziale.












