“E ora andiamo a prenderci un Martini”. Dopo la rivoluzione per i migranti una sosta al bar degli Oscar è d’obbligo. Una battaglia dopo l’altra sopravanza Sinners di un paio di Oscar – 6 a 4 alla fine – e P.T. Anderson si concede la pausa relax da semi trionfatore. La grottesca farsa anti Trump porta a casa l’Oscar per il miglior film, regia e sceneggiatura non originale (P. T. Anderson), montaggio, casting e miglior attore non protagonista per Sean Penn (assente in sala, novello Marlon Brando). Ryan Coogler e l’epopea vampiresca blues afroamericana di Sinners si “fermano” invece a quattro: sceneggiatura, colonna sonora, fotografia e miglior attore per Michael B. Jordan. Un manuale Cencelli venuto un po’ storto, insomma. Tanto a goderne è sempre la Warner che produce entrambi i film e che è stata acquisita dalla Paramount vicina a Trump (godeteveli perché, dicono, che film così non li produrrà più).
Hollywood in sordina tra politica e star
Hollywood si autocelebra con un profilo basso, spettacolo in sordina, niente urla, parole serrate e in fila senza la benché minima sbavatura, qualche lampo politico sì (Bardem pro Palestina) ma nemmeno realmente percepibile. La miglior attrice è Jessie Buckley per Hamnet, mamma antica dello sfortunato figliolo di Shakespeare che ringrazia marito, figlio, famiglia irlandese allargata. Abito rosa e stola rossa, elogia la sua “donna incandescente” e dedica “la vittoria allo splendido caos che è il cuore di una madre”. Il 39enne Michael B. Jordan, addirittura doppio gemello in Sinners, vero divo black hollywoodiano, scavalca DiCaprio e Chalamet, bacia la mamma seduta a fianco e ricorda che è lì perché prima di lui ci sono stati fratelli e sorelle, “fari, guide e antenati” come Sidney Poitier, Halle Berry, Forest Whitaker, Denzel Washington. E se Hollywood per una sera avrebbe potuto tingersi di black – quando ricapita un Sinners con 16 nomination – preferisce le impervie letture tardo cinefile bianche sofisticate.










