E se fosse la notte di Sinners e noi dall’Italia, come spesso capita per la vasta, differente cultura americana, non ci avessimo capito niente? Secondo la maggior parte dei siti del settore l’epopea tutta black con vampiri volanti di Ryan Coogler e Michael B. Jordan avrebbe superato Una battaglia dopo l’altra per l’Oscar come miglior film. Curioso, peraltro, che si tratti di una, pardon, battaglia meramente tra film politici tutta in casa Warner. Casa di produzione che è appena stata acquistata dalla Paramount (agli Oscar 2026 con zero tituli già prima di iniziare), tanto che la domanda è, e sarà: ma David Ellison produrrà in futuro due film così smaccatamente antirepubblicani e, come quello di P.T. Anderson, così anti Trump? Improbabile.
DiCaprio, Chalamet e Jordan nella sfida più incerta degli ultimi anni. La gaffe di Timothée mette a rischio l’Oscar come miglior attore
Intanto alla Warner si godono gli ultimi fuochi del loro quasi centenario operato hollywoodiano: l’Oscar per il miglior film, sia che caschi da una parte o che caschi dall’altra, cascherà sempre a casa Warner. Un modo onorevole di lasciare il campo agli sfidanti (Netflix, 20th Century Fox, Apple e Neon, quelli più quotati per vincere quest’anno). Intanto se vincesse Sinners sarebbe la prima volta sul gradino più alto dell’Academy di un film horror (Il silenzio degli innocenti è un thriller e non ha nulla di sovrannaturale), zeppo di blues e di folklore afroamericano del delta del Mississippi. Un film che va alle radici dell’oppressione razziale e del desiderio di autonomia e rivalsa della cultura black con una leggerezza pulp, in certi punti perfino confusionaria, che si è trasformata presto in un largo trascinamento popolare.














