Probabilmente la campagna referendaria in corso passerà alla storia come quella in cui per la prima volta ha fatto la comparsa la post-verità. In cosa essa consista ce lo spiega il Dizionario Treccani: si tratta di un’ «argomentazione caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica». A sdoganare questa modalità di argomentazione, che non pochi problemi crea sul fronte della democrazia, la quale esige trasparenza e onestà intellettuale, è il vasto fronte del No alla conferma della riforma Nordio. Un fronte non solo politico che ha come suo scopo prioritario quello di indebolire il governo Meloni.

L’esempio più tipico di post-verità è quella che, come in un mantra, porta i fautori del No a ripetere in ogni occasione che con la separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudici il nostro Paese subirebbe una sterzata autoritaria con la politica che controllerebbe e indirizzerebbe l’attività della magistratura. Che si tratti di una fake news lo dimostra una breve e facile ricerca empirica: in Europa sono ben 23 i Paesi, tutte democrazie, che hanno la separazione delle carriere. Né la situazione cambia fuori dal nostro continente: democrazie come Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda hanno tutte sistemi che prevedono la distinzione dei ruoli. È un dato non casuale e che, soprattutto, non stupisce alla luce di un semplice ragionamento: un potere autocratico con l’intenzione di esercitare la propria potestà sulla magistratura troverebbe senza dubbio più facile la strada se si trovasse di fronte un potere unico, accorpato e coeso. Anche in questo caso esiste la controprova fattuale, storica.