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Ultimo aggiornamento: 10:55

di Francesca Carone

La campagna referendaria ha prodotto una prevaricazione ideologica nella sua esegesi distonica, inflazionando i valori della democrazia e del pluralismo. Il dibattito, soprattutto nella compagine del Sì, ha subìto slanci impattanti, a tratti fuorvianti, adattati al contesto politico della propaganda e personalizzati all’occorrenza, polarizzando idee e posizioni senza un barlume di mediazione o sfumature intermedie.

Per capire l’impatto della campagna referendaria sull’opinione pubblica bisogna partire dalla sua genesi. La riforma scritta dal Ministro Nordio è venuta alla luce nell’alveo di un dibattito unilaterale, seguendo un asfittico percorso burocratico, svuotato e privo di un dialogo costruttivo primordiale tra maggioranza e opposizione. Una scelta che ha presentato un conto salato: una maggioranza e una opposizione spaccate e un dibattito condotto sulla linea di “difesa e giustificazione” della riforma giudiziaria. Nulla (o quasi) si è capito dei contenuti e delle motivazioni che hanno spinto Nordio a voler modificare ben sette articoli della Costituzione (gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110). Una crepa che doveva essere sanata “all’origine” attraverso azioni propedeutiche di democrazia parlamentare, volte al discernimento dei nuclei fondanti della riforma e ad un confronto serio e costruttivo con le parti, attraverso un dibattito concentrato sui contenuti e sul merito.