La prima giornata di voto referendario dà una sola certezza: alla luce dell’affluenza di ieri e dei precedenti, la percentuale finale di votanti al quesito sulla riforma dell’ordinamento giudiziario supererà la metà degli aventi diritto, per risultare molto vicina o sopra al 60%. Uno scenario che alla vigilia era considerato improbabile e ritenuto favorevole per la vittoria del Sì. E questo per la solita storia degli elettori dei partiti di centrodestra che sarebbero politicamente un po’ più difficili da motivare di quelli di sinistra, ma quando si mobilitano fanno la differenza. Un’ipotesi che ora dovrà essere messa alla prova. In nessuno dei due fronti, ieri sera, ci si sbilanciava. Perché non conta solo quanti italiani vanno ai seggi, ma anche chi sono coloro che lo fanno. Alle ore 23 i dati del Viminale indicavano che aveva votato il 45,9% degli aventi diritto.

Anche il referendum costituzionale del settembre 2020 si tenne in due giorni, e pure quella volta non era necessario il raggiungimento del quorum. Allora, alle 23 della domenica, gli elettori che avevano inserito la scheda nell’urna furono il 39,4%, e alla fine il quesito risultò votato da poco più del 51% degli aventi diritto. È probabile, quindi, che oggi, alle 15, siano andati ai seggi almeno sei elettori su dieci. Una buona notizia, commenta Matteo Salvini. «Ottima affluenza dai primi dati. Partecipare è fondamentale», scrive sui social network. La sinistra, però, trova ragioni di ottimismo nei numeri di alcune regioni. La regione che ha segnato la percentuale più alta di votanti nella prima giornata è l’Emilia-Romagna, con il 53,5%. In fondo alla classifica ci sono Sicilia (35%) e Calabria (35,7%), amministrate dal centrodestra. Presenze ai seggi molto più alte della media nazionale anche nella rossa Toscana, con il 52,5%. La terza regione per affluenza è la Lombardia, con il 51,7%. Dove il comune di Milano è un po’ più in alto della media regionale (54,6%).