René Redzepi è uno degli chef che hanno cambiato davvero la cucina contemporanea. Questo è un dato storico. Con il Noma ha spostato il baricentro dell’alta ristorazione, ha imposto un lessico nuovo – foraging, fermentazione, natura, territorio estremo – e ha contribuito a trasformare Copenaghen in una capitale gastronomica. Ha inciso sull’immaginario della cucina mondiale come pochi altri cuochi del suo tempo. Proprio per questo, però, il modello culturale che ha prodotto merita di essere indagato a fondo. Perché più un personaggio è influente, più vasta è la sua responsabilità.
L’inchiesta del New York Times pubblicata nei giorni scorsi riporta le testimonianze di decine di ex collaboratori del Noma, che raccontano episodi di violenza fisica e psicologica avvenuti tra il 2009 e il 2017: pugni, umiliazioni pubbliche, minacce, un clima di paura che molti dicono di aver sopportato in silenzio pur di lavorare in uno dei ristoranti più influenti del mondo. Racconti che lo stesso Redzepi ha in parte riconosciuto come plausibili, pur senza confermare ogni singolo episodio. In un messaggio pubblicato su Instagram lo chef ha scritto che dieci anni fa ha iniziato a parlare apertamente del suo comportamento in cucina: gli sfoghi, la rabbia e a volte anche l’aggressione fisica, quando – racconta – “urlavo e spingevo le persone, comportandomi in modi inaccettabili”. Ha aggiunto di non essere stato capace, in quegli anni, di gestire la pressione e di aver reagito in modi di cui oggi si pente profondamente.















