Per l’artista la cucina non è mai uno spazio neutro. Come il mobile attorno al quale condividiamo il cibo, che nei suoi scatti diventa piattaforma politica. Perché è questa la lezione dell’artista: a volte non serve cambiare la forma, ma la posizione del potere

di Germano D’Acquisto

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Il tavolo è uno degli arredi più fraintesi della modernità. Si espone, certo. Si firma, si colleziona, si fotografa. Ma raramente lo si guarda per ciò che fa davvero. Sta lì. Regge. Accoglie. Divide. È il primo dispositivo sociale che impariamo a usare e l’ultimo che smettiamo di frequentare. L’artista Carrie Mae Weems lo aveva capito prima di molti designer, prima dei teorici dello spazio domestico, prima dell’avvento delle cucine open space: nel 1990 prende un tavolo da cucina, appunto, lo piazza al centro della stanza e lo trasforma in una macchina narrativa potentissima. Kitchen Table Series non è solo una delle serie più emblematiche del Novecento: è un manifesto silenzioso sul modo in cui gli oggetti organizzano le relazioni umane.

Weems nasce a Portland nel 1953, passa dalla danza postmoderna di Anna Halprin alla fotografia, attraversa Berkeley e le teorie del folclore come fossero materiali da costruzione. La sua produzione creativa nasce sempre da una posizione ambigua e fertile: “Tra me e il mio lavoro c’è una separazione minima. Io opero sempre come una partecipante e un’osservatrice”. Dentro e fuori. Corpo e sguardo. Performer e archivista. È da lì che nasce la Kitchen Table Series, realizzata mentre insegnava fotografia all’Hampshire College, ad Amherst: venti immagini in bianco e nero, frontalissime, messe in scena nella sua cucina. Un tavolo, una lampada, poche sedie. Nessun virtuosismo. Solo struttura.