Sul grande tavolo con la spianata di marmo, si compiva il sacro rito della sfoglia che, come ogni rito degno di questo nome, si ripeteva sempre uguale a se stesso. Persino le parole che aleggiavano attorno alla sfoglia venivano pronunciate secondo una sorta di copione. Il colore delle uova era uno dei temi ricorrenti. Se alla rottura dei gusci apparivano gialle si percepiva immediatamente la soddisfazione… la sfoglia sarebbe venuta bene… Se Dio vol i gliè zali (grazie a Dio sono gialle)…”.

In questa scena, descritta da Giuliana Barengan in La cucina delle donne di Ferrara, Il Passaggio Edizioni, prezioso ricettario intimo, lontano dalla retorica gastronomica, la preparazione della sfoglia non è semplice oggetto culinario, quanto piuttosto manifestazione di un sapere antico. L’autrice non teorizza la cucina: la lascia emergere dai gesti. Impastare, tirare la sfoglia, aggiustare la consistenza diventano una forma di conoscenza che si trasmette per immersione, osservazione, vicinanza. Si impara guardando, ripetendo, stando accanto.

Le donne hanno nutrito l’umanità per millenni, eppure questa evidenza è rimasta a lungo ai margini della storia, delle biografie e persino degli studi sulle donne, come se nutrire fosse troppo ordinario per diventare sapere riconosciuto, difficile da legittimare in altri contesti. La cucina, associata ai lavori domestici e dunque al femminile, diventava così un territorio ambiguo, quasi “frivolo” agli occhi della cultura dominante e tuttavia, proprio in quel regno ritenuto minore, dove le donne venivano progressivamente identificate come madri e regine, si intrecciavano questioni sociali e di classe, economia, gerarchia e organizzazione, esattamente le stesse categorie considerate centrali nelle discipline storiche e politiche.