“Le donne, come gli uomini, cucinano con le mani. Non con le ovaie”. Con questa frase, Maria Canabal, fondatrice del network femminile Parabere Forum, chiarisce la sua posizione: no ai premi come “miglior donna chef”. I riconoscimenti divisi per genere non sono la soluzione: il cambiamento, sostiene, passa dall’equità strutturale e dal riconoscimento del talento senza etichette.

In vista dell’8 marzo il numero de I Piaceri del Gusto, in edicola con la Repubblica, affronta il tema del gender gap nelle professioni enogastronomiche, un settore centrale nel racconto identitario del Paese ma che continua a mostrare squilibri nei ruoli apicali, nelle retribuzioni, nella visibilità pubblica.

Lo fa attraverso storie concrete: distillatrici e birraie, sommelier e casare, imprenditrici agricole e cuoche televisive che hanno aperto nuove strade quando il mestiere era considerato appannaggio maschile. Figure diverse per generazione e per ambito professionale, ma accomunate da una stessa traiettoria: conquistare spazio in un sistema che per molto tempo ha raccontato il potere gastronomico quasi esclusivamente al maschile. Dalla grappa identitaria di Giannola Nonino alla prima italiana diventata Master of Wine Cristina Mercuri, fino alle donne della filiera casearia e agricola che oggi guidano aziende e trasformazioni produttive.