Un colpo alla «casta della magistratura». Anzi no, «uno sfregio alla Costituzione». Finiscono al vento gli appelli trasversali alla politica italiana ad "abbassare i toni" sul referendum per la giustizia del 22 e il 23 marzo. Un vento che sa già di bufera mentre l'ultimo miglio della campagna elettorale entra nel vivo. La guerra in Medio Oriente tiene occupata la premier Giorgia Meloni e travolge la bolla social e intanto va in scena un nuovo week end di banchetti, comizi e puntate televisive a caccia dell'ultimo voto per spuntarla alle urne sull'ordinamento giudiziario. Dal fronte del sì allunga un ramoscello d'ulivo ai magistrati l'ex toga Alfredo Mantovano. Parla da un evento nella sua Lecce, il sottosegretario e braccio destro della premier a Palazzo Chigi, in prima fila in sala in tanti notano la presenza della segretaria della Cisl Daniela Fumarola.

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Se il sì dovesse vincere, dice il sottosegretario, «il giorno dopo chiameremo tutti i protagonisti del sistema giudiziario dai magistrati e chi li rappresenta, agli avvocati, all'accademia, per ricevere da loro suggerimenti a proposito della legge attuativa della riforma, che sarà importante perlomeno quanto la riforma, perché significa mettere a terra i principi che trovano sede in queste modifiche ai sette articoli della Costituzione su cui incide il referendum». Un'apertura. Ma il clima resta incandescente e dal governo in tanti alzano il tiro sulle toghe. Nelle stesse ore, per dire, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi accusa i magistrati di disfare quanto l'esecutivo fa sul fronte dell'immigrazione clandestina. «Ma vi sembra normale che alcuni magistrati in servizio facciano anticipazione di giudizio rispetto a quelli che sono i provvedimenti normativi che adotta il governo? Cioè dicendo sostanzialmente è inutile che fanno queste leggi, perché del centro in Albania non resteranno che macerie, perché queste leggi non verranno mai applicate?». A Bologna, dall'hotel Regency parlando da un evento della Lega, il capo del Viminale spiega che il lavoro dei poliziotti contro l'immigrazione irregolare rischia di essere sovvertito da una posizione pregiudiziale ideologica di magistrati che, impegnati in appartenenze correntizie, devono fare di questa partita una battaglia ideologica contro le politiche del governo. È un crescendo durante la giornata. E ci mette il peso la capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, che in un'intervista se la prende con «la casta» delle «correnti della magistratura». Picchia duro l'ex toga, indagata per false informazioni al pm nel caso Almasri: «Sono un magistrato e lo posso dire con cognizione di causa. Io non sono mai stata iscritta ad una corrente, ma posso certificare e dico certificare che ad oggi tutti i magistrati che stanno seduti all'Anm e nel Csm tranne il collega Andrea Mirenda, che è indipendente, sono frutto delle correnti».