Il destino triste del piccolo Domenico ci fa vacillare, ci scaraventa sull’orlo del baratro e ci costringe a guardare in fondo, inchiodandoci davanti al grande mistero della vita. Perché muore un bambino di due anni? Come può sua madre, che sembra Maria ai piedi della croce di Cristo, sopravvivere a questo lutto per cui perfino il vocabolario non ha le parole giuste? Un genitore che perde un figlio non si chiama, non esiste una parola che riesca a racchiudere l’enormità di una perdita tanto innaturale, una lacerazione piantata nella carne. È morire prima del tempo, vivere a metà fino alla fine.

Domenico doveva avere un cuore nuovo, avrebbe dovuto diventare grande, giocare, correre, cadere e rialzarsi, ridere, piangere, e innamorarsi portandosi in petto i battiti di un altro bambino morto a quattro anni. Nella tremenda tombola della vita e della morte era toccato proprio a lui quel cuoricino sano e forte. Era primo nella lista d’attesa, era il piccolo che più degli altri aveva bisogno di un trapianto, ed era stato fortunato quando il giorno dell’antivigilia di Natale gli era arrivato dal cielo il dono di un cuore nuovo. Ma poi quello stesso cielo si è scordato di lui, quel Dio, che in questi giorni in cui Domenico era prigioniero dentro un cuore bruciato, tutti abbiamo invocato, pregato, implorato, si è dimenticato di questo piccolino e tutto quello che doveva andare storto è andato anche peggio per colpa dell’incuria, della sciatteria, dell’irresponsabilità di chi ha trasportato l’organo, di chi non ha avuto rispetto per la morte del bambino i cui genitori avevano scelto la donazione e non ha avuto a cuore la vita di Domenico.