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Ultimo aggiornamento: 17:52
Facciamo fatica a parlare lucidamente di quanto accaduto al piccolo Domenico, perché vedere la faccina sorridente di un bimbo di due anni, che nella vita non ci ha ancora nemmeno appoggiato tutto il piede, e dover accettare l’idea che se ne sia andato a causa di un errore o di una catena di errori umani, è molto complesso da metabolizzare.
Ma, mentre siamo qui in attesa di conoscere le reali responsabilità che hanno causato la sua morte, mentre esigiamo di conoscere tutti i punti deboli della catena trapiantologica che avrebbe dovuto garantirgli il corretto impianto di un piccolo cuore nuovo, c’è una cosa che non dobbiamo fare a nessun costo e di cui purtroppo già si respira il rischio: la divisione geografica, l’ennesimo round di Nord contro Sud.
Sappiamo che il destino di Domenico era in carico all’ospedale Monaldi di Napoli, dove il bimbo era in cura fin da quando aveva quattro mesi. Sappiamo che proprio lì si stanno concentrando le indagini per capire se ci sia stato un errore di valutazione clinica, se il cuore di Domenico sia stato espiantato troppo presto, prima di verificare l’idoneitá del cuore nuovo, se ci siano state delle omissioni (pare che manchi il diario di perfusione, ovvero il tracciato della circolazione extracorporea che dimostrerebbe il momento esatto in cui è stato rimosso il cuore), se il contenitore per il trasporto dell’organo fosse adeguato. All’ospedale San Maurizio di Bolzano (dove al momento non ci sono indagati), nel quale è avvenuto l’espianto del cuore donato, invece, si sta verificando l’operato del personale coinvolto nel prelievo e nella conservazione dell’organo (qualcuno ha messo del ghiaccio secco nel contenitore di plastica, danneggiando il cuore).













