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10 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 16:48

Come è potuto succedere? È la domanda che si pongono tutti. Soprattutto i genitori di un bambino di due anni e tre mesi che attendeva un cuore per avere una vita normale. E se lo chiede anche la Procura di Napoli, che ha aperto un’indagine per lesioni colpose gravissime, delegando i carabinieri di Nola agli accertamenti. Il piccolo, affetto da una grave cardiomiopatia, era in cura da tempo. Il 23 dicembre scorso, alla vigilia di Natale, viene convocato d’urgenza all’ospedale Monaldi di Napoli: un cuore compatibile è disponibile, donato dalla famiglia di un bambino di quattro anni morto in Val Venosta, in Trentino-Alto Adige. Fino a quel momento, pur nella malattia, il bambino aveva una sua quotidianità. Oggi è in coma farmacologico, tenuto in vita dall’Ecmo, un sistema di circolazione extracorporea che supporta temporaneamente le funzioni di cuore e polmoni.

Il pubblico ministero Giuseppe Tittaferrante cerca ora di ricostruire una vicenda complessa e piena di zone d’ombra: cosa sia accaduto nella sala operatoria di Bolzano durante l’espianto, cosa in quella di Napoli al momento del trapianto e, soprattutto, perché ai genitori sia stato comunicato che l’intervento fosse stato eseguito, mentre le condizioni del bambino continuavano a peggiorare. Sul caso indagano anche gli inquirenti trentini, mentre l’ospedale Monaldi ha avviato un audit interno. A ricostruire gli eventi è l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia, contattato dal Fatto Quotidiano. Il bambino viene convocato la mattina del 23 dicembre. Le ore passano tra esami e preparativi, finché intorno alle 14.30 si entra in sala operatoria. L’organo è arrivato a Bolzano, ma al momento dell’apertura del contenitore qualcosa non va: il cuore appare “bruciato”.