La psicologa avverte: non è tanto la trasgressione della regola in sé, a dover preoccupare, quanto quello che essa rivela

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Silvana lavora come copywriter in pubblicità e conosce bene i meccanismi che regolano l’attenzione, il desiderio, la dipendenza. “So come funziona il sistema, so quanto tutto sia progettato per trattenerti il più a lungo possibile”, racconta la mamma milanese. È anche per questo che, con il marito, ha deciso di rimandare il più possibile l’arrivo dello smartphone nella vita delle loro figlie. Clementina, oggi 13enne e la sorella minore che ha dieci, hanno avuto regole chiare fin dall’inizio. “Non volevamo demonizzare la tecnologia, ma nemmeno subirla”. In seguito a molte insistenze, Cleme ha ricevuto il primo smartphone dopo aver compiuto i dodici anni. “Insieme a un’altra compagna di classe, era l’unica del gruppo a non averlo, iniziava a sentirsi esclusa e non ci sembrava il caso di obbligarla a essere una mosca bianca”. Madre e padre non la pensavano allo stesso modo La decisione non è stata semplice nemmeno all’interno della coppia. “Io ero più rigida, mio marito più possibilista. Lui tende a pensare che vietare troppo produca l’effetto opposto. Io invece, come ho detto, ero più preoccupata dell’aspetto legato alla dipendenza dalla tecnologia”. Alla fine, i genitori hanno ceduto per necessità di cose, concordando però sulla definizione di istituire confini precisi con una regola semplice: alle nove di sera il telefono si spegne e resta in carica nella stanza dei genitori. “Volevamo evitare che Cleme rimanesse incollata allo schermo di notte come succede a tanti ragazzi della sua età con tutte le conseguenze del caso sulla loro salute”, prosegue Silvana. Clementina fa dello smartphone un compagno onnipresente Per qualche tempo, l’arrivo dello smartphone non sembra aver stravolto le cose. “Cleme usava il telefono per chattare con le amiche, scrollare sui social, farsi foto. Mi sembrava un utilizzo quasi fisiologico, in linea con l’età”. A poco a poco, però, il menu delle attività ha cominciato ad allargarsi. “Clema ha iniziato a usare i giochi, ho notato che aumentava il tempo e l’assorbimento. Se, per esempio, eravamo nella sala d’attesa del dentista, invece di leggere un libro che aveva con sé, Cleme prendeva il cellulare e si metteva a giocare”. E poi, ci sono stati altri segnali: “Quando uscivamo, ma succede ancora adesso, teneva sempre il telefono in mano. Non lo guarda necessariamente, ma è lì, come se avesse bisogno del contatto, come se non riuscisse a separarsene fisicamente”. Oppure, ancora, Cleme cerca occasioni per usarlo: “Magari, mi dice, guarda questa foto e poi passa da una foto all’altra a un video, come se fosse risucchiata da un magnete”. Inevitabilmente, il cellulare è entrato anche nelle discussioni della famiglia. “Se io facevo notare che Cleme passava troppo tempo davanti al suo schermo, lei se ne lamentava con il papà alla prima occasione. Lui, quasi invariabilmente prendeva le parti della figlia, sostenendo che io fossi troppo rigida”. La mamma, inoltre, si preoccupava anche per il fatto che, da lì a qualche anno, si sarebbe ritrovata nella stessa situazione con la figlia minore. Fra disobbedienza e dialogo Una mattina, inaspettatamente, Silvana ha la dimostrazione che la sua preoccupazione non era eccessiva, ma fondata. «Le ragazze erano andate a scuola e stavo rifacendo i letti. Nel loro bagno, collegato alla presa, ho notato un carica-cellulare che, ovviamente, non aveva nessuna ragione di essere lì, visto che lo smartphone veniva ricaricato in camera nostra la sera”. Silvana, dunque, capisce che Cleme deve averlo usato per ricaricare un altro cellulare che, probabilmente, usava la sera dopo aver riposto il suo. Controllando nei cassetti della stanza, la mamma ha trovato un vecchio smartphone. “Era uno di quelli dismessi che, per non buttare, tenevamo nell’armadio in salotto. Chi ci pensava più?. Cleme, invece, sì”. Quindi, mentre il cellulare “ufficiale” veniva consegnato secondo le regole, ne usava un altro di nascosto, infrangendole deliberatamente. La sorella più piccola sapeva, ma non aveva detto nulla. I genitori, dunque, decidono di parlare con entrambe. “Abbiamo avuto una conversazione lunga, molto seria, perché il confronto andava oltre l’oggetto. Abbiamo parlato di dipendenza, ma anche di onestà, di rispetto delle regole concordate e del fatto che aggirarle significa rompere un patto”. Cleme ha cercato di giustificarsi, appellandosi ancora una volta al fatto di sentirsi esclusa dagli amici che, a differenza sua, non hanno limiti nell’uso del cellulare la sera. “Questa dimenticanza del cavo collegato ci ha permesso di rafforzare la regola che avevamo stabilito. Adesso, anche mio marito ha preso atto del fatto che sia facilissimo cadere nell’eccesso e che i ragazzi non hanno strumenti per resistere al richiamo di un oggetto che condiziona anche la vita di noi adulti”. A questo, l’accento resta sul tema della fiducia: “Non voglio che Cleme diventi bravissima a nascondere quello che. Preferisco una figlia che sbaglia e riflette sui suoi errori. Per noi genitori, invece, credo che sia arrivato quel momento in cui, con un adolescente in casa, cadono le illusioni di conoscere la propria figlia. Insomma, stiamo all’occhio”.