La nostra lettrice si sente in difficoltà perché cerca di promuovere un uso responsabile della tecnologia, ma ha paura di perdere il dialogo con sua figlia
di Stefania Medetti
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Elisabetta, mamma di Agata, 16 anni e figlia unica, non sa come mettere in ordine i pezzi di un puzzle che sembra sfuggirle di mano: “Non avrei mai immaginato che un telefono potesse creare un conflitto così intenso con mia figlia”, racconta la mamma milanese (il nome è di fantasia), un lavoro come ingegnere elettronico in una multinazionale. Eppure, è quello che sta succedendo in casa, nonostante la famiglia abbia cercato di impostare regole chiare fin da subito. “Io e mio marito siamo i resistenti, quelli che non hanno comprato il cellulare fino ai 12 anni di nostra figlia ed è stata una vera fatica, perché la pressione del gruppo si faceva sentire già dalle elementari. Ma eravamo e siamo convinti del fatto che crescere senza un touch screen fosse importante per lo sviluppo sano di nostra figlia. Quando, alla fine, abbiamo acconsentito all’acquisto del cellulare, abbiamo stabilito una sola regola chiara: a letto si dorme, il cellulare non c’è”.
Nell’ultimo periodo, però, Agata ha cercato di cambiare quest’accordo. “Nonostante abbiamo via via spostato il ‘coprifuoco elettronico’ fino alle 21.30, Agata cerca di ritardare la consegna del cellulare, devo chiederle più volte di restituirlo e questo si trasforma in una discussione continua che avvelena i nostri rapporti”. Secondo la mamma dovrebbe essere chiaro che non si tratta di una punizione, ma di un modo per proteggere la figlia e la sua salute. “Glielo abbiamo spiegato più volte: il limite dell’orario è per insegnarle a staccarsi dal cellulare e assicurarle una buona notte di sonno, cosa indispensabile per riposare bene, studiare e anche per fare una pausa nel loop digitale”. Agata, invece, non vuole sentire ragioni: “Sostiene che il cellulare è un modo per rilassarsi, per staccare dallo stress delle sue giornate a scuola, per stare in contatto con le sue amiche e che noi non rispettiamo la sua libertà. Dice che tenendo in vigore un coprifuoco non le lasciamo la possibilità di scegliere, che continuiamo a trattarla come una bambina piccola, ma fra due anni sarà maggiorenne e cosa faremo, allora?”.






