Con la stessa sincerità disarmante che mette anche nei suoi romanzi, Teresa Ciabatti si autodenuncia: «Fino a qualche anno fa, quando mi chiedevano cosa pensassi dei telefonini in mano ai bambini, rispondevo: ma che male c’è? Ora, guardandomi attorno, dico: oddio, non avevo capito niente».
Che cosa non aveva capito?
«Che la generazione di mia figlia, che ha appena cominciato il secondo anno del Liceo delle Scienze umane, ha subito un danno enorme dai social. Alla loro età, noi tornavamo a casa da scuola ed eravamo soli. Loro invece sono sempre in contatto, ma anche costantemente sotto il giudizio degli altri. Non hanno mai uno spazio di libertà in cui cominciare a scavarsi dentro. Questo crea un vuoto esistenziale di cui tutti stiamo vedendo gli effetti: chi non mangia più, chi non esce dalla sua stanza. Per questo penso che vietare gli smartphone almeno a scuola sia un’idea meravigliosa».
Poi però, appena suona l’ultima campanella, riparte il fandango.
«Tutti abbiano provato a staccare i nostri ragazzi dal telefonino almeno per qualche ora al pomeriggio e alla sera. Ma non ci siamo riusciti. La scuola interviene dove la famiglia ha fallito».










