La nostra lettrice racconta la difficoltà di far comprendere al figlio l’impatto che l’uso sbagliato della tecnologia può avere sul suo futuro, e l’esperta la invita a sperimentare un diverso approccio al problema

di Stefania Medetti

Claudia racconta una storia purtroppo comune a troppe famiglie: “Non bastavano i videogame e i social, che hanno fagocitato la vita dei nostri ragazzi, adesso ci si mette anche l’intelligenza artificiale che danneggia i loro risultati scolastici”. ChatGpt, infatti, è diventata la scorciatoia che suo figlio Piero (il nome è di fantasia), 15 anni, studente al liceo sportivo in una grande città del nord, utilizza per evitare la fatica di fare i compiti.

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“Piero ha copiato un compito in classe di matematica e siamo stati convocati dalla scuola per un chiarimento. In quell’occasione abbiamo anche scoperto che nostro figlio utilizza troppo spesso l’intelligenza artificiale per fare i compiti. Gli elaborati che presenta, infatti, sono un copia e incolla dalla Rete”, prosegue la mamma che lavora come traduttrice freelance, mentre il marito è manager in un’azienda tecnologica. In pratica, Piero non ci prova nemmeno ad aggiungere il proprio contributo. “Con nostro sconcerto, il minimo sindacale pare sia sufficiente per lui, è come se vivesse in una realtà in cui il sei politico è la norma - lamenta la mamma. - E non credo sia il solo”. Tutto ciò a dispetto del fatto che Piero, da piccolo, era un bambino curioso, interessato e che si impegnava a scuola, ma alla mamma resta il dubbio che il lockdown, anche se adesso è solo un ricordo, possa avere impattato alla lunga sui suoi risultati scolastici. “Magari, è successo indirettamente, perché Piero, come tanti coetanei, ha iniziato a passare più tempo con i device quando non si poteva uscire di casa”. Da un punto di vista sociale e comportamentale, pur crescendo, Piero non è cambiato: ben voluto dai compagni, è spesso il trascinatore del gruppo, organizza partite di calcio e sessioni di gaming con gli amici più stretti.