Micaela Coletti, quando parla di se stessa a 12 anni, lo fa in terza persona. Dice: «La bambina di 12 anni aveva un sogno». E la bambina di 12 anni, la sera del 9 ottobre 1963, stava parlando con nonna Annita. «Ero a letto, mia nonna mi disse che avrebbe chiuso gli scuri, perché sentiva che stava per arrivare il temporale. Ha fatto appena in tempo a finire la frase...».

C’è un prima e un dopo nella vita di Micaela Coletti, in quella che lei chiama un’esistenza a metà. Il “prima” veste i colori di una famiglia numerosa, con mamma, papà, nonna e cinque figli. Il “dopo” è lo strazio perpetuo di chi ha perso tutto. La linea di demarcazione è la tragedia collettiva del Vajont, 1.910 morti travolti da acqua e fango, dopo che una frana sul monte Toc fece straripare l’enorme bacino realizzato per una centrale idroelettrica. L’onda sommerse i comuni di Erto e Casso e Longarone. Micaela Coletti è una sopravvissuta ma anche una condannata.

Dunque nonna stava per chiudere gli scuri. Lei era a letto. E poi?

«Un tuono fortissimo, la luce che si è spenta. Il letto prese una velocità pazzesca, il rumore assordante. Io cercavo di ripararmi il viso con le mani ma non riuscivo a muovere le braccia. Rimasi intrappolata tra le macerie, emergevano solo un piede e una mano. Mi risvegliai e sentii le voci dei soccorritori, credevano di avere trovato una vecchia. Invece ero una bambina. “Ho 12 anni”, dissi. Ero piena di fango, bagnata, ferita. Mi portarono in ospedale a Pieve di Cadore».