LONGARONE (BELLUNO) - «Sarà lunga, non sarà semplice, ma un po' alla volta mi sto riprendendo». La voce è ferma, seppur ancora scossa. Del resto, Alessandra Galli De Min porta impresse sul suo corpo le ferite di quella terribile notte che l'ha vista investita dal fuoco di Crans Montana. E il solo fatto di ricordare quei momenti – e le lunghe settimane di ospedale, i giorni in terapia intensiva, gli interventi chirurgici – non può non creare un cortocircuito emotivo. Un tourbillon di sensazioni che domenica si è arricchito anche del ricordo del papà Arrigo, morto giusto un anno fa e già sindaco di Longarone negli anni difficili della ricostruzione post-Vajont. Galli De Min infatti è tornata a Belluno – la prima volta dal rogo di Capodanno in cui suo malgrado si è ritrovata – proprio per celebrare l'anniversario della scomparsa del padre. E ha rivissuto il lutto del Vajont, impresso nella vita della sua famiglia. Inevitabile quindi legare il disastro del 10 ottobre 1963 a quello di Crans Montana. Ma la 54enne bellunese preferisce non soffermarsi su cosa le è successo a Capodanno.

«Non sono in condizione di raccontare cos'è successo – dice -. Non conosco le circostanze di quella notte. Non so chi mi ha salvata né come mi sono salvata. Lascio ad altri raccontare i fatti. Per mesi mi sono volutamente tenuta isolata da tutto quello che riguardava il rogo di Crans Montana: mi sono astenuta dal circolo mediatico e chiusa negli affetti familiari che mi hanno sostenuta. Così aveva fatto anche mio papà, che non ha mai raccontato quello che gli era successo negli anni da emigrante e ha tenuto per sé le difficoltà attraversate in vita. Forse in futuro, se avrò un'altra forza, potrò raccontare. Adesso mi sta a cuore rimanere tranquilla, circondata dall'affetto dei miei cari».