“All’inizio è un po’ difficile. Ci si sente fragili, soprattutto se non si è abituati: mi accorgevo di essere agitata, e si agitava anche lei. Ma era l’unico modo per stare un po’ insieme. E l’unica coccola che potevo farle quando non potevo neanche prenderla in braccio”. È così che Ilaria (nome di fantasia) ricorda le prime volte che ha letto ad alta voce il libro C’era una volta un delfino piccolo piccolo (Emanuela Nava, Carthusia) per la sua piccola Marta (nome di fantasia), anche lei prematura come il delfino, ricoverata dallo scorso novembre nella Terapia intensiva neonatale dell’ospedale di Varese. “Allora ho imparato a modulare le mie emozioni – continua – a modulare la tonalità della voce per conciliarle il sonno, e calmarla quando ha qualcosa che non va. Ora leggo ogni volta che posso. Non aiuta solo lei: regala a me e al suo papà un po’ di normalità, aspettando di poterla portare a casa”.
Leggere è come una medicina
Come Ilaria, mamme e papà che leggono ad alta voce accanto a un’incubatrice, o con un piccolissimo neonato nel marsupio per la kangaroo care, sono sempre più comuni nelle terapie intensive neonatali del nostro Paese. E l’auspicio dei neonatologi è che lo diventino sempre di più, perché per questi bambini prematuri la lettura non è un semplice gesto di accudimento, ma un vero e proprio intervento terapeutico che aiuta il corretto sviluppo neurocognitivo e linguistico. A ricordarlo è la Società italiana di neonatologia (Sin), nell’occasione della Giornata mondiale della lettura ad alta voce, che quest’anno ricorre il 4 febbraio.






