“Se guardo al passato, vedo una bambina che ha dovuto imparare a diventare invisibile per sopravvivere. L’unica coccola che, ogni tanto, mi veniva concessa in un mondo ostile era il latte caldo. Conservo ancora il ricordo di quel sapore della mia infanzia che, nonostante le tante privazioni, mi rendeva uguale agli altri bambini”. Poche frasi per descrivere un’infanzia difficile, quella di Eleonora Aloise Pegorin, 42 anni, oggi psicologa e pedagogista, che nel libro Ancora un giorno di felicità, scritto con Francesca Lagatta (ed. Rubbettino), racconta il riscatto della sua esistenza costellata di abusi e sofferenze inflitte, soprattutto, dal padre alcolizzato e dalla madre con disturbi psichiatrici.

"Non mi davano da mangiare”

Oltre alle ripetute violenze fisiche e verbali subite tra le mura domestiche, per lunghi anni, è stata affamata, non soltanto d’amore, in quanto i genitori la privavano anche del cibo. “Capitava che restassi giorni senza mangiare. Anche l’acqua e il sonno erano razionati. Per lungo tempo, ho creduto che quella fosse la normalità. Soltanto quando ho iniziato a frequentare la scuola elementare, osservando e facendo domande agli altri bambini, mi sono resa conto che stavo crescendo in una prigione, dove non c’erano abbracci e accudimento, ma soltanto segnali di pericoli imminenti”, racconta.