Sono "inappuntabili" dal punto di vista costituzionale le osservazioni formulate dal Quirinale sulle misure contenute del decreto sicurezza voluto dal Governo dopo quanto avvenuto a Torino il 31 gennaio.
E' quanto sostiene il giurista Salvatore Curreri, docente di diritto Costituzionale all'Università di Enna, secondo cui quanto richiesto dal Colle si inserisce "nel solco di una consolidata giurisprudenza della Consulta".
Affrontando il tema dell'"accertamento di polizia" per Curreri il "pericolo era rappresentato da una misura, diretta a prevenire la commissione di eventuali reati", che potesse "essere applicata nei confronti di soggetti astrattamente sospettati di essere socialmente pericolosi". Sul punto - spiega il giurista - la "Corte costituzionale ha invece più volte affermato che tali misure di prevenzione, pur rispondendo all'esigenza costituzionalmente rilevante di garantire 'l'ordinato e pacifico svolgimento dei rapporti sociali', vanno sempre adottate contro coloro la cui pericolosità sociale sia accertata sulla base di elementi di fatto e non di semplici sospetti, frutto di valutazioni puramente soggettive e incontrollabili".
L'intervento del Quirinale, quindi, "risponde esattamente a questa esigenza. Inoltre, è evidente che tali provvedimenti - come l'attuale fermo d'identificazione - devono essere sottoposti all'autorità giudiziaria". Sull'altro nodo, lo scudo penale, il giurista spiega che "poteva prestarsi a profili d'incostituzionalità laddove fosse passata l'idea di un trattamento privilegiato, quasi d'impunità a favore delle forze dell'ordine".












