«Se vendete titoli di Stato americani, ci saranno ritorsioni». Quando Donald Trump, due giorni fa a Davos, ha indirizzato queste parole all’Europa, ha indirettamente lanciato due messaggi. Da un lato ha confermato quanto il collocamento del debito pubblico Usa sia il suo tallone d’Achille, tanto da sollecitarne l’acquisto o - quantomeno - la non vendita. Dall’altro ha confermato quello che prima poteva essere solo un sospetto: Trump usa i suoi tipici metodi negoziali, che si basano spesso su minacce e ricatti, anche per collocare titoli di Stato. Non solo per mettere le mani sulla Groenlandia, ma anche per sostenere la domanda internazionale sui titoli di Stato a stelle e strisce. Dopo un anno di presidenza, dunque, una domanda è lecita: la sua strategia ha successo? Trump sta davvero sostenendo la domanda di titoli di Stato Usa da parte del resto del mondo?
Vari indizi sembrano far pendere l’ago della bilancia verso il «sì». Almeno in parte. Uno fra tutti: a novembre 2025 (ultimo dato disponibile) gli investitori internazionali (banche centrali incluse) sono arrivati a detenere 9.400 miliardi di dollari di titoli di Stato Usa. Si tratta, secondo i dati del Tesoro Usa, del record storico. Record raggiunto sebbene la Cina, che per tanti anni era stata il maggior detentore di debito pubblico Usa, abbia invece ridotto molto i Treasury. È vero che nel frattempo è aumentato anche il debito pubblico Usa, ma questi dati mostrano che tanti altri Paesi hanno comprato a piene mani: primi fra tutti Giappone, Regno Unito e Canada.












