Quando, a metà pomeriggio, si è capito che l'ennesimo attacco frontale di Donald Trump all'Europa sarebbe affogato nel silenzio delle istituzioni comunitarie, è stato chiaro un dato: la trappola dell'agenda ordita nei confronti del presidente americano, a Bruxelles, è stata segnata come un punto a favore.
E in tarda serata il dietrofront del tycoon sui nuovi dazi all'Europa, seppur come al solito spiazzante, è stato accolto con un prudente sospiro di sollievo dalle cancellerie del continente.
La mossa di saltare i bilaterali previsti a Davos è stata, se vogliamo, una delle prime prove di vera compattezza dell'Ue nei confronti della nuova America. Prima Emmanuel Macron, Pedro Sanchez e Mette Frederiksen, poi von der Leyen e il cancelliere Friedrich Merz. Senza contare Keir Starmer. Nessuno alla fine ha visto Trump sulle Alpi per l'intera giornata. Con l'unica variabile di Merz, arrivato a Davos in tarda serata. Un incontro tra Trump e il cancelliere tedesco resta tutt'altro da escludere. Anche perché con il parziale superamento dell'impasse sulla Groenlandia dopo il vertice tra il presidente americano e il segretario generale della Nato Mark Rutte, i tamburi di guerra hanno finalmente smesso di suonare. Il vertice straordinario dei 27 sulle relazioni transatlantiche è stato confermato ma il menù potrebbe cambiare. Chi, come Emmanuel Macron, era forse pronto a ripescare la carta dello strumento anti-coercizione contro gli Usa è destinato a riporre l'arma nel cassetto. Il pacchetto da 93 miliardi di contromisure che scatterà il 6 febbraio senza una decisione contraria della maggioranza dei 27 resta sul tavolo. E' improbabile tuttavia che sia usato. Più probabilmente si opterà per prolungare la sospensione, magari per un periodo non eccessivamente lungo. Già, perché ormai fidarsi di Trump è arduo. E se la Groenlandia è apparentemente salva il negoziato per giungere ad un accordo sulla sicurezza artico in egida Nato resta comunque in salita.










