«Le Borse sono sui massimi perché nel 2026 la crescita economica sarà più robusta rispetto al 2025. E sarà anche più ampia, nel senso che toccherà più Paesi nel mondo grazie a un mix composto da minore incertezza sui dazi, politiche monetarie espansive e soprattutto politiche fiscali espansive. Anche negli Stati Uniti la crescita sarà robusta, ma oltreoceano c’è un elemento di vulnerabilità: tutto funziona solo se i dazi continuano a produrre le entrate fiscali attuali, intorno ai 300 miliardi l’anno. Se questo meccanismo dovesse incepparsi, negli Stati Uniti emergerebbe un serio problema: non si possono infatti permettere di subire un aumento del costo del debito».
Alexandre Tavazzi, Capo dell’ufficio Chief investment officer e della Ricerca macroeconomica di Pictet Wealth Management, è ottimista. Ma negli Stati Uniti di Trump, proprio mentre il rendimento dei titoli di Stato trentennali si avvicina al 5% dal 4,53% di fine ottobre, Tavazzi intravede anche un punto debole: il debito pubblico. La politica di Trump, è la sua tesi, regge fin tanto che i dazi continuano a foraggiare le casse dello Stato e fin tanto che il costo del debito non sale troppo. Ma in un arco di 12-18 mesi la situazione potrebbe cambiare.






