L'Europa "unita" e "determinata" ha fermato Donald Trump.

All'indomani della tregua su Groenlandia e dazi, tra i leader riuniti a Bruxelles prevale il sollievo per lo scampato scontro commerciale e, insieme, una misurata consapevolezza - sottolineata da Emmanuel Macron e Friedrich Merz - che l'unità europea si è fatta valere riconducendo "le cose all'ordine e alla calma".

La frattura tuttavia appare insanabile: l'ultima settimana convulsa ha rafforzato la convinzione di dover rispondere, nelle parole di Ursula von der Leyen, all'"imperativo strutturale" di una nuova indipendenza per sganciarsi dall'alleato transatlantico ormai sempre più distante. Anche perché una nuova minaccia è già sul tavolo: una "grande ritorsione" qualora l'Europa decidesse di vendere asset statunitensi - come i titoli del Tesoro - per esercitare pressione politica. Washington, ha avvertito l'inquilino della Casa Bianca, ha "tutte le carte in mano". Un messaggio che colpisce, ancora una volta, i Paesi artici: in Danimarca e Svezia diversi fondi finanziari hanno già iniziato a ridurre l'esposizione verso gli Usa.

L'appello più ricorrente resta quello all'unità. "L'obiettivo è tenere unita l'Europa, e funziona", ha scandito il premier polacco Donald Tusk, ammonendo che "gli Stati Uniti devono comprendere la differenza tra leadership e dominazione: la leadership va bene". Una linea di dialogo "vigile", come definito da Macron, nella quale i Ventisette sono pronti a prolungare il congelamento dei controdazi sui prodotti a stelle e strisce per un valore di 93 miliardi di euro, attualmente sospesi fino al 6 febbraio. E resta nel cassetto anche il cosiddetto bazooka anti-coercizione invocato da Parigi.