Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 14:17
Sempre arrabbiati, sempre decisi a farla finita “col genero di Denis Verdini” e sempre sul punto di organizzare una sarabanda contro il segretario, specialmente adesso che ha fatto frullare il partito da Roberto Vannacci, l’incursore del Col Moschin che si è prodotto nella specialità del reggimento d’élite di stanza a Livorno: farsi paracadutare tra i leghisti, shakerarli in gruppo, mettersene in tasca quanti più possibile e poi sparire.
La Lega annovera dei cuor di leone di antico lignaggio. Una partito dentro il partito: milizia bossiana che nel tempo è andata scolorendosi giungendo, per dire, all’attracco ideologico di Giancarlo Giorgetti, quello del Sole delle Alpi disegnato sulla parete della sua villetta sul lago di Varese. È ormai un’altra persona, di studi bocconiani, è trasfigurato nel nipotino di Ugo La Malfa, principe dei rigoristi nel secolo scorso, il politico che sui conti pubblici ha dato la vita e ha avuto la gloria dei liberali del mondo. “Piace molto l’amatriciana” ha detto Attilio Fontana, presidente della Lombardia, e Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli, scontento e deluso, “non siamo più il partito del 34 per cento”. Non parliamo di Luca Zaia, il più fantasmagorico oppositore di Salvini. Il più bravo ad annunciare le barricate e poi darsi alla fuga.














