PADOVA - Trasferimenti e morti al Due Palazzi continuano ad alimentare il dibattito. «È la rottura di una consuetudine che, per alcuni, durava da decenni, fatta di attività trattamentali quali il teatro, la pittura, la scultura, la scrittura, il ricamo, lo studio, il lavoro, coltivate anche grazie all'opera assidua di tanti volontari e operatori penitenziari.

L'alta sicurezza a Padova aveva avuto accesso a diverse opportunità, che avevano consentito di avviare processi importanti di cambiamento personale e il Dap dov'era? Le condizioni di vita in Alta Sicurezza ultimamente contemplavano nuove restrizioni (pannelli di isolamento, rimozione di tende interne, controlli più serrati), che facevano percepire una chiusura sempre più simile al 41-bis, condizione che molti avevano già vissuto per anni prima della declassificazione». A confermare la volontà di rompere un sistema all'interno del Due Palazzi è Samuele Ciambriello, portavoce nazionale della conferenza dei garanti territoriali dei detenuti, che dopo il trasferimento lampo di 22 reclusi e del doppio suicidio in due giorni, nel mirino ci mette il Dap, il dipartimento amministrazione penitenziaria.

Prima l'avviso del trasferimento da un giorno all'altro per tutti i 23 detenuti ospiti del settore alta sicurezza, poi uno di loro (il 73enne boss della 'ndrangheta Pietro Giovanni Marinaro) che si toglie la vita in cella. E infine un secondo suicidio, quello del 33enne Matteo Ghirardello, che nulla aveva a che fare con il trasferimento previsto dal Dap, ma che dal carcere di Padova aveva chiesto di andarsene perché era perseguitato da altri detenuti: «Due tragici eventi che ci interrogano sulle condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari, anche i migliori, e sul senso e sulle modalità con cui avvengono queste operazioni decise dal Dap, che ridisegnano il sistema lasciando però terra bruciata prosegue Ciambriello.