Perfettamente consapevoli che gran parte di quello che vediamo è “filtrato”, scegliamo di consumarlo lo stesso “perché è incredibilmente confortante”. Per esempio certe serie tv. Il rischio? Che la realtà ci sembri inadeguata

di Francesca Ferri

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Un’ipotetica principessa romana con parentele illustri e proprietà, una Roma artefatta e instagrammabile come Parigi, borse Fendi che si rivelano false... La serie Emily in Paris, di Darren Star, criticata fin dal suo inizio come stereotipata e patinata, è un successo globale. E oggi sembra giocare consapevolmente con il concetto di fake. Quello in cui ci guida Emily è un mondo volutamente artefatto, pur se sottende il bisogno di diffidare delle false apparenze e cercare un’autenticità. Comunque fittizia. “È evidente che si tratti di un mondo irreale e costruito, ma risulta comunque rassicurante: perché ci puoi vivere senza dover continuamente andare alla ricerca della verità”, spiega Alice Avallone, netnografa, data humanist, trend forecaster e direttrice dell’osservatorio di antropologia digitale Buns, esperta di dati e trend. Non siamo più nel registro dell’illusione, ma della complicità. Lo spettatore non è ingannato, è assolutamente consapevole e proprio per questo può rilassarsi all’interno della finzione”.