Il desiderio di possedere delle imitazioni racconta come stanno cambiando i consumi. Ma anche quanto, nonostante tutto, siamo ancora ossessionati dai loghi
di Silvia Schirinzi
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Uno dei mantra di Gstaad Guy, l’influencer che prende in giro i super ricchi e il loro stile di vita, è particolarmente utile a riassumere lo stato della moda oggi: “Il consumatore è diventato più intelligente, il prodotto è sempre più stupido”. E niente racconta quell’esatto punto di rottura nell’industria meglio dello sdoganamento dei falsi, o dupe, come sono stati ribattezzati su TikTok. Qui i fake sono esibiti, sponsorizzati e usati come argomento di discussione senza traccia alcuna dello stigma che nel passato si associava alla scelta di indossare qualcosa di non originale.
Come rileva un rapporto 2025 del Ministero delle imprese e del made in Italy (Mimit), nel corso dell’anno precedente le categorie merceologiche maggiormente sequestrate per contraffazione sono state l’abbigliamento (38,5% sul totale 2024), gli accessori (25,9%) e le calzature (9,6%). I falsi provengono per la maggior parte da Cina, Turchia, Marocco ed Egitto. Si tratta di una vera e propria economia parallela, che mette in crisi la catena di produzione globale, la reputazione del made in Italy e contribuisce a disaffezionare un cliente già piuttosto freddo verso il lusso tradizionale.






