Negli ultimi anni capi e accessori costano di più (complice il Covid). Ma ora i consumatori sono più esigenti, e le aziende cercano altre strategie

di Giuliano Aluffi

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Al lusso non basta più esistere: oggi deve giustificarsi. Si può sintetizzare così il motivo dell’ascesa di un fenomeno che è paradossale solo in apparenza: il lusso accessibile. Alla radice del fenomeno c’è un dato che spicca nel report State of Fashion 2026 di Bof e McKinsey: tra il 2023 e il 2025 circa l’80% della crescita del mercato del lusso non si deve ai volumi, ma agli aumenti di prezzo (ad esempio, negli Usa quello medio dei prodotti dal 2019 a oggi è lievitato di oltre il 61%).

L’effetto è un cambiamento profondo: non è diminuita la domanda di stile, qualità e status, ma la disponibilità a pagare i prezzi raggiunti dal lusso contemporaneo. E siccome il mercato aborre il vuoto, ecco che si è creato lo spazio per brand che sono sì percepiti come premium, mantenendo quindi un forte potere d’attrazione sulla fascia degli aspirational shoppers, ma che puntano più sul rapporto qualità-prezzo che sul blasone o sull’allure dell’esclusività. “Oggi i consumatori sono più sensibili al prezzo rispetto a 5-6 anni fa. Con la pandemia è successo qualcosa che ha viziato la percezione dei brand del lusso: le persone non potevano viaggiare, non uscivano e quindi avevano più soldi da spendere in acquisti online, anche di prodotti di fascia alta. Le aziende hanno pensato, sbagliando, che questo boom della domanda non fosse una bolla, ma fosse strutturale, e hanno alzato i prezzi. Spesso senza un corrispondente aumento nella qualità o nella creatività”, spiega Robert Burke, Ceo della società di consulenza R.B. Associates. “E i consumatori se ne sono accorti, anche perché in questi ultimi anni sui social media sono diventati più popolari contenuti che mostrano i veri costi necessari a produrre certi accessori, in particolare le borse”.