Una ricerca svela i motivi che spingono a comprare troppi abiti per guardaroba già pieni, e ha molto a che fare con chi pensiamo di essere
di Arianna Galati
“Un armadio pieno di vestiti e niente da mettere”. Una battuta, uno scherzo, spesso una falsa constatazione: contare gli abiti, i jeans, le scarpe, dovrebbe riportare chiunque alla realtà oggettiva della loro materialità, della loro esistenza. Eppure non sembrano adatti a vestirci. La percezione del guardaroba è alla base del paradosso del ”Non ho niente da indossare”, ritornello-lamentela che corre tra i byte dei messaggi con le amiche. Nemmeno quella camicia in seta comprata dopo tanto pen(s)are riesce più a dare la stessa soddisfazione di quando l’abbiamo inaugurata come pezzo forte. Ad ogni apertura di anta, sfogliando la selezione operata in anni di acquisti, sembra di essere assalite dall’inadeguatezza di un guardaroba che non ci rispecchia più. Cosa proviamo davvero quando agitiamo un blazer sulla gruccia, soppesandone criticamente il ruolo nella nostra diplomazia couture?
Dall’adagio “l’abito non fa il monaco” ai moniti in stile “dress for the job you want”, la semiotica del vestire nutre le scelte di acquisto, più o meno compulsive, e la successiva decisione di indossarle. Le variabili del “cosa mi metto” sono numerose, scientificamente elencate: tipo di evento, stagione, colore, tessuti, atmosfera, indicazioni sul dress code, disponibilità economica effettiva. Ma più di tutto, l’inclinazione personale. Comprare (e poi indossare) un capo è un’azione guidata solidamente dai desideri e dalle valutazioni della singola persona, oltre i monologhi “this.. stuff?” di Miranda Priestley. Ma sempre più spesso, nell’era dello shopping costante (e dell’iperproduzione tessile con conseguenze ambientali e sociali spaventose, altro tema da non sottovalutare), l’effettivo accumulo non favorisce il potere decisionale; al contrario, più si possiede, meno si indossa. E ancora meno ci si ritrova nella quantità di abiti che imbottisce il quattro stagioni. A volte si tende a ripetere per comodità: un look che funziona fa sentire bene, quel jeans me lo prendo anche in un altro lavaggio. Altre volte la reiterazione è per errata valutazione: al terzo slip dress nero lungo che portiamo a casa, è palese che l’esistenza degli altri due si sia dissolta nella memoria. E il punto è questo: perdiamo il contatto visivo con i nostri abiti ritrovandoci a pensare, ad ogni stagione, che ci somiglino meno di quanto ricordassimo. Ma è una percezione scomposta come i capelli appena sveglie, il riflesso deformato di un desiderio emotivo che non trova corrispondenze nella realtà.








