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Ultimo aggiornamento: 7:32
Quando apriamo l’armadio ogni mattina, pensiamo di dover scegliere semplicemente cosa indossare quel giorno. Un gesto quotidiano, quasi banale. In realtà stiamo facendo qualcosa di più complesso. I vestiti non sono solo oggetti funzionali o estetici: sono un linguaggio. Raccontano chi siamo, cosa ci rappresenta e, spesso, in cosa crediamo.
Nella psicologia dei consumi esiste un concetto chiamato extended self: dice, in sostanza, che gli oggetti che possediamo diventano un’estensione della nostra identità. Quando un capo rappresenta un valore (che sia sostenibilità, artigianato, minimalismo, giustizia sociale), indossarlo significa esprimere anche una posizione morale. Non a caso, ci sono marchi che incarnano valori precisi: Patagonia è associata all’attivismo ambientale, Stella McCartney al rifiuto di pelle e pellicce, Veja alla trasparenza delle filiere. Indossare i capi di quei brand può farci sentire coerenti con ciò che pensiamo del mondo.
C’è poi un altro concetto interessante, studiato in psicologia: l’enclothed cognition. L’idea è che i vestiti non influenzano solo come gli altri ci percepiscono, ma anche come pensiamo e ci comportiamo. In un esperimento famoso, chi indossava un camice percepito come “da medico” era più attento e preciso nei compiti rispetto a chi indossava lo stesso camice senza quel significato simbolico. Per riprendere un vecchio adagio, “l’abito fa il monaco”: non tanto per l’oggetto in sé, quanto per il significato che gli attribuiamo. In questo senso, la scelta di cosa indossare diventa intenzionale. Il guardaroba diventa una sorta di linguaggio che ci permette di sentirci – di volta in volta – professionali, creativi, responsabili verso l’ambiente.







