Scaffale «Quantum valet. I valori della moda nei secoli XIII-XIV», a cura di Elisa Tosi Brandi, edito da Viella
L’abbigliamento non ha mai solo un valore economico o puramente estetico, ma si carica costantemente di qualità etiche, sociali e identitarie. Basti pensare alle polemiche odierne sul velo e gli abiti delle donne islamiche; Maria Giuseppina Muzzarelli, che peraltro alla storia del velo sul capo ha dedicato un bel libro, nella prefazione al volume Quantum valet. I valori della moda nei secoli XIII-XIV, a cura di Elisa Tosi Brandi (Viella, pp. 344, euro 29), ricorda come Bernardino da Siena interpretasse i vestiti come segni visibili di vanità, disordine o, al contrario, di disciplina e controllo. È lecito chiedersi quanto sia cambiato dal Quattrocento a oggi; forse si sono invertiti i codici, nel senso che oggi scoprirsi è considerato giusto e coprirsi no, ma il giudizio su come avvolgiamo i corpi, in particolare quelli delle donne, resta un termometro di molte guerre culturali in atto.
IL TITOLO del volume, costruito sull’espressione quantum valet, invita a distinguere tra prezzo e valore. Non si limita a chiedere quanto costi un capo, ma sollecita a riflettere su che cosa lo renda «prezioso» in un determinato contesto. Il tema centrale è dunque la pluralità dei criteri attraverso cui l’abbigliamento acquista significato: lavoro, competenze, riconoscimento sociale, norme, usi e pratiche che trasformano l’oggetto in un indicatore di relazioni e gerarchie.












