Consumi in crescita e capi sempre meno utilizzati: la sfida è allungare la vita di vestiti e calzature. Il trend viaggia verso abiti usati e vintage, sempre di più. E vale la vecchia regola delle nonne: comprare meno, comprare meglio

Shopping a Genova nel primo giorno di saldi (foto d'archivio)

Genova – Si sono appena spenti i riflettori sulla Milano Fashion Week, ma resta acceso il dibattito sull’impatto ambientale dell’industria della moda. I numeri raccontano una tendenza preoccupante: si acquistano sempre più capi ma si utilizzano sempre meno. Una tendenza “figlia” del fast fashion, che invoglia a comprare nuovi capi a poco prezzo. Il trucco è quello che insegnavano le nostre nonne: comprare meno, comprare meglio.

Secondo la Ellen MacArthur Foundation, tra il 2000 e il 2015 la produzione mondiale di abbigliamento è raddoppiata, mentre il numero medio di volte in cui un capo viene indossato è diminuito del 36%. Un modello di consumo accelerato che genera inevitabilmente una crescita dei rifiuti.

I dati più recenti della Agenzia Europea per l’Ambiente confermano il trend: tra il 2019 e il 2022 il consumo tessile pro capite nell’Unione Europea è passato da 17 a 19 kg all’anno. Di questi, circa 12 kg finiscono ogni anno tra i rifiuti: ovvero l’equivalente di una valigia piena.