Ogni anno solo nell’Unione Europea vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili a persona) e l'80% di questi finisce in inceneritori e discariche. Meno dell'1% dei vecchi vestiti viene utilizzato per creare nuovi capi. Non solo. Oltre il 60% delle fibre tessili usate per produrre i nostri abiti sono fibre sintetiche e molte derivano dalla raffinazione di idrocarburi come gas e petrolio. Il poliestere (derivato dal petrolio) già dopo i primi lavaggi comincia a rilasciare microplastiche, che finiscono nei mari e poi, risalendo la catena alimentare, anche all’interno del nostro cibo, e dei nostri corpi. L’ impatto ambientale e sociale della moda è devastante. Per frenare questo fenomeno che minaccia il nostro Pianeta e per un futuro più sostenibile, sempre più aziende audaci stanno sperimentando materiali innovativi per il settore tessile capaci di migliorare prestazioni, sostenibilità e funzionalità. Un cambiamento urgente che nasce dall’incontro tra ricerca scientifica, chimica dei materiali e industria. A ritagliarsi uno spazio in questo scenario è Rubi, startup con sede a San Leandro - distretto dell’innovazione green di San Francisco - fondata nel 2021 dalle sorelle gemelle Neeka e Leila Mashouf, che trasforma l'anidride carbonica in tessuti cellulosici biodegradabili al 100%. Il processo, ispirato alla fotosintesi e guidato da enzimi, mira a decarbonizzare l'industria della moda, creando materiali che "ripuliscono l'aria" e consumano fino a dieci volte meno energia.
Fast fashion, la nuova scommessa green dei grandi marchi: abiti biodegradabili dalla CO2
H&M e altri brand dell’industria della moda investono nelle nuove tecnologie più promettenti per la transizione ecologica. Come la startup Rubi, delle sore…







