Un esperto di disinformazione spiega come difendersi, anche grazie a un chatbot supereroe. Con qualche accortezza e un sentimento che cambierà tutto: il disgusto

di Michele Neri

Siamo in grado di riconoscere la verità? E soprattutto, ci interessa ancora? Non sono domande retoriche, ma l’effetto di anni di informazioni false e teorie del complotto spacciate per reali, di immagini strappate alla realtà e manipolate; di identità, voci e corpi digitali sottratti ai legittimi proprietari per alimentare finzioni e truffe, di chatbot che nel 35% dei casi offrono risposte errate, la stessa percentuale di contenuti non veritieri in cui ci s’imbatte sui social. Che sia il massacro di Buča, gli effetti dei vaccini o l’omicidio di Renee Good a Minneapolis, i fatti valgono meno rispetto a ciò che singoli e collettività vogliono credere: la verità è sottomessa alle opinioni. Ogni ipotesi ha i suoi sostenitori, e c’è chi è disposto a credere che il Forum economico mondiale abbia richiesto all’Ai di scrivere una nuova Bibbia universale.

Se è inevitabile che, davanti ai fatti certi, si finisca per reagire con la stessa presuntuosa noncuranza dei terrestri che negavano l’arrivo dell’asteroide in Don’t Look Up, oggi, come nel film, a essere in gioco è la sopravvivenza della civiltà. L’avvertimento è tratto da La scomparsa della verità (Neri Pozza), un saggio fondamentale per capire come siamo arrivati fin qui, e quali siano aggressori, vittime e possibili soluzioni nella guerra tra autenticità e falso. Abbiamo intervistato l’autore, il giornalista e avvocato americano Steven Brill, fondatore di NewsGuard, da anni il principale avversario della disinformazione online che fornisce a media, Stati e agenzie di pubblicità valutazioni sull’affidabilità di piattaforme social, chatbot e siti d’informazione.