Le nostre immagini saranno sempre più artificiali? Gli studiosi Emanuele Arielli e Lev Manovich si interrogano sull’estetica del paradosso
di Michele Neri
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Quindici anni di Instagram, filtri e social media. Tre dai primi prodotti di massa d’intelligenza artificiale generativa, quali GPT-3, Midjourney, Dall-E, Sora… che hanno permesso al pubblico di creare fotografie, video, arte e musica in base a semplici comandi. Quest’infinito mondo di contenuti paralleli che intrattengono, seducono e ingannano i sensi e il giudizio su ciò che sia bello e desiderabile, ha appena iniziato a trasformare la nostra capacità di comprendere, consumare e avvicinare arte e bellezza in ogni contesto. Se siamo tutti potenziali creatori, come cambierà la creatività? Se la bellezza si riduce a un dato misurabile, conserverà lo stesso il potere di renderci più umani, come sosteneva Platone? Anche se sarà difficile distinguere un quadro o un volto artificiale da uno reale?
Dopo quarant’anni di studi ed esperimenti tra teoria dei media, cultura digitale e computer art, il professor Lev Manovich, docente di Computer Science al Graduate Center della City University of New York, ha dedicato alla convergenza tra estetica e tecnologia il saggio pionieristico Artificial Aesthetics: Generative AI, Art and Visual Media. Scritto insieme a Emanuele Arielli, docente di Estetica allo Iuav di Venezia, sarà pubblicato in Italia nel 2026 da Luca Sossella editore.








