Se qualcuno pensa ancora che al cinema non ci sia niente da vedere, a parte Zalone o “Avatar”, forse non si sta accorgendo che sono in sala o stanno per uscire, da qui ad almeno un mese abbondante, parecchi film che meritano un pubblico numericamente adeguato, certo non lamentele su film ostici, pesanti, di nicchia, come si ama dire quando un film richiede attenzione e pazienza. Ad esempio: per capire che “L’agente segreto” è un grandissimo film e il brasiliano Kleber Mendonça Filho un formidabile regista, basterebbe tutta la lunga prima parte, girata in un distributore, con un morto a terra, a cui nessuno bada, un benzinaio che non vuole rogne, un paio di poliziotti che arrivano in auto e cominciano a fare domande e richiedere documenti senza alcun motivo, mentre il sole è implacabile e altrove il Carnevale impazza, contando il numero esagerato di morti. Andrebbe anche aggiunto che le presenze attoriali entusiasmano, nessuno escluso, tra le quali è esaltante quella di Wagner Moura, il protagonista, giustamente premiato a Cannes, assieme al regista stesso (curiosamente dimenticato nella corsa agli Oscar, nonostante il film abbia ben 4 nomination). “L’agente segreto” è un film caleidoscopico. Dura quasi tre ore, senza un attimo di stanchezza: cambia spesso registro, genere, tempo (la storia è narrata negli anni ’70 e viene “riascoltata” attraverso nastri registrati ai giorni nostri). Sorprende per l’intensità dei fatti, per il modo mai banale di narrarli, permettendosi deviazioni sociali, domestiche, lasciando intatta una sorta di inafferrabilità costante, tra misteri, doppi nomi, killer terrificanti, politici corrotti, industriali perfidi, la faccia insomma di un Sudamerica sempre sull’orlo del precipizio, mentre in strada si balla, tra coriandoli e pistole. Volendo riassumere: un noir complesso, divagante, affascinante e sfuggente. Nel Brasile sotto dittatura (siamo nel 1977), un professore, sotto falso nome (il bravissimo Wagner Moura, come detto), raggiunge Recife assieme al figlio, per avere notizie della madre e attendendo la possibilità di espatriare. Ma sulla sua strada lo stanno rincorrendo due killer, assoldati da un imprenditore italiano, diventato importante grazie alla corruzione. Il brasiliano Kleber Mendonça Filho firma a 58 anni probabilmente il suo capolavoro, nonostante i film precedenti, da “Aquarius” a “Bacurau”, avessero già dimostrato la sua abilità tecnica, la sua carica fortemente politica e un’osservazione costante, puntigliosa su un Paese così gigantesco e al tempo stesso storicamente tormentato da governanti corrotti, malavita dilagante e autolesionismo. La brillante regia ricodifica elementi disomogenei con la forza delle immagini, catturando l’essenza di una vita in fuga e di un cinema che non finisce mai di stupire. Voto: 8,5.