Se non andate a vedere L’agente segreto, il film brasiliano diretto da Kleber Mendonça Filho, candidato a quattro premi Oscar, le sale devono chiudere e di cinema non se ne parli più. Impossibile non amare questo thriller d’atmosfera, magmatico e crudo, elegantemente e ironicamente cinefilo, volutamente costruito attorno a una sotterranea violenza politica e a un’umanità ostinatamente diffusa.

Siamo nel 1977, in un’epoca, come dice la didascalia, “piena di bizzarrie”. Già, perché L’agente segreto inizia come un western, in una stazione di benzina in mezzo al nulla brasiliano del nord-est, con un cadavere decomposto sotto un cartone a pochi metri dalle pompe e dove sopraggiunge il protagonista Marcelo (Wagner Moura) su un maggiolone giallo. Tutto sembra avvolto in un senso di sinistra inquietudine fin da subito: il paffuto, sudato e pavido proprietario della stazione di servizio; l’arrivo di due corrotti poliziotti; il cadavere che rimane lì senza che nessuno intervenga da giorni, con i cani randagi che saltellano attorno impazziti; l’evocazione del Carnevale che ha già fatto 90 morti; un samba insinuante e malato nelle orecchie; un enorme, terrorizzante mascherone di gallo a bordo strada. L’agente segreto è già tutto spiegato in questi dieci minuti iniziali di rara perfezione visiva e percettiva.