Un effetto magico della Mostra del cinema di Venezia è la fila – quest’anno più folta degli anni precedenti – in lotta per entrare dentro un cinema, quando nel resto dell’anno, in Italia almeno, bisogna ingegnarsi per buttare dentro gli spettatori. Il cinema è, dunque, ancora vivo, anche qualora fosse solo un mezzo per partecipare a un evento, per guardare un film accanto a un regista o a un cast, o per respirare un poco di polvere di stelle. È vivo se una mandria di cinefili si lascia sferzare inamovibile dalla pioggia e dal vento, col rischio di essere fulminata, per vedere un film (perdibile) con Julia Roberts. È vivo, visto che la Biennale ha voluto iniziare con un film, La grazia, che promuove la legge sull’eutanasia ancora negletta dalla politica italiana. Ed è vivo, dato che il corteo pro Palestina ha deciso di sfilare qui ieri – e non a Roma o Milano – e usare la vetrina mediatica per urlare la parola genocidio. In un contesto politicamente significativo, ha difettato, però – almeno in questa prima parte del concorso e del fuori concorso –, l’urgenza della sperimentazione cinematografica.
«La grazia» di Paolo Sorrentino
Il film inaugurale di Paolo Sorrentino (La grazia, appunto) è notevole e gli si augura tutta la fortuna che merita. È un’opera di spessore che unisce la tecnica registica consolidata del premio Oscar – le carrellate e i movimenti di macchina che sono un suo segno distintivo – a una materia di impegno civile. Un servitore dello Stato, un presidente della Repubblica (Toni Servillo), si trova alle prese con i limiti del diritto e di sé, come uomo, su argomenti che tagliano in due il Paese, come quello di decidere sulla domanda di grazia di un condannato o sulla fine della vita. Ovvero il pretendere di essere accompagnati dalla legge quando diventa insopportabile.














