“Un film oggi non lo si nega a nessuno”, spiega Franco Maresco in Un film fatto per Bene, ovviamente fuori da ogni possibile premio a Venezia 2025. Giusto perché a questo giro Maresco non ci ha messo la mafia e non c’è Belluscone, cartoline pieghevoli affinché i giurati impegnati piovuti al Lido capiscano (perBene), e infatti i giurati non ci hanno capito un tubo già dopo cinque minuti.

Da qui la frase – di un intellettuale che vuole rimanere anonimo -: “Anche un premio oggi non lo si nega a nessuno”. Lapidaria e perfetta considerazione sul verdetto veneziano dell’82esima edizione targata Barbera/Buttafuoco. Non tanto per il Leone d’Oro, oggettivamente meritato a Father, mother, sister, brother, summa, condensa, spirito profondo di un cinema indipendente come quello di Jim Jarmusch che ha viaggiato parallelo al mainstream per quarant’anni, spesso tentandone vanamente un vezzoso duplicato (e l’avevamo messo giustamente da parte), qui tornato ad una straordinaria e universale semplicità formale. “Oh, shit!” è stata la prima frase del regista newyorchese dal palco della sala Grande con il Leone in mano. Forse rivolta a tutto quello che era accaduto prima.

Un florilegio di premi sbiadito, pallido e sottotono. Del resto un presidente di giuria – qui Alexander Payne (che quando ha voluto “esagerare” ha girato un brodetto sciapo come Downsizing) – invece di un altro, ma anche un giurato piuttosto che un altro (pensate a Maura Delpero) può elevare film mediocri a imperdibili e viceversa nel tempo di un amen. È il classico testacoda di un meccanismo competitivo che si infila nel tunnel delle paturnie, testardaggini, idiosincrasie di chi offre l’ultima parola. Vano quindi è stato sperare che un Bugonia di Yorgos Lanthimos, un A house of dynamite di Kathryn Bigelow, ma anche solo un Silent Friend (che mica è Lynch) di Ildiko Enyedi potessero ambire anche a minima considerazione leonina.