Mai dare niente per sicuro. Con un (quasi) colpo di scena il Leone d’oro va al film di Jim Jarmusch, “Father mother sister brother” sul quale pochi avrebbero scommesso, come premio principale. A “The voice of Hind Rajab” della tunisina di Kaouther Ben Hania, che aveva commosso tutti, va soltanto il Gran Premio. Un verdetto che si ricorderà a lungo e che nei prossimi giorni farà ulteriormente discutere, perché se in un giudizio cinematografico c’erano opere che avrebbero meritato di più del film sulla bambina che implora inutilmente di essere salvata, ci sono momenti in cui esistono priorità assolute, come inviare un segnale forte a una situazione sempre più insostenibile: sono giorni che non si parla d’altro, anche ieri sera, è forse era più opportuno riconoscere il premio maggiore a quel film, che brutto non è. Non è questione di libertà (di giudizio) e di coraggio, né di giusto o sbagliato. Molte volte ai festival si sono premiati film, la cui componente “politica” è stata decisiva ed erano occasioni meno fondamentali, questa era una situazione straordinaria. Averlo messo in Concorso (scelta discutibile, ma coraggiosa) era logico che sparigliasse la situazione, ponendo problemi alla Giuria. Quello di Jarmusch è un buonissimo film: non è il suo migliore, ma sono cose che succedono spesso. Semmai prendiamolo come un riconoscimento alla carriera. È un piccolo saggio sull’incomunicabilità familiare (il titolo lo spiega benissimo) e dunque del mondo, in uno schema geometrico, come le case che ospita le persone. In più: è il sesto film americano (contando anche “Povere creature!” che lo è in parte) in 9 anni a vincere. D’altronde gli Stati Uniti ogni anno sono fortemente rappresentati nel Concorso e quindi non è certo sorprendente.