(di Francesco Gallo) Nessuno aveva previsto che 'Father Mother Sister Brother', film matto e ultra minimalista firmato Jim Jarmusch, in sala dal 18 dicembre al cinema con Lucky Red, alla fine avrebbe vinto il Leone d'oro di Venezia.
E questo poi nell'anno in cui c'era in corsa 'The Voice of Hind Rajab' con il suo carico politico e umano della regista tunisina Kaouther Ben Hania, che aveva dato voce a questa bambina di Gaza di cinque anni che chiede aiuto chiusa in un'auto piena di cadaveri dei suoi parenti.
Per non parlare poi di altri tre i film in corsa con 'Father Mother Sister Brother', ovvero: la guerra atomica evocata in 'A House of Dynamite' da Kathryn Bigelow; il 'Frankenstein' 'bello e impossible" di Guillermo Del Toro targato Netflix e, infine, 'No Other Choice' di Park Chan-Wook con l'originale metodo pieno di piombo per sconfiggere la concorrenza lavorativa.
Eppure in questa vittoria di Jarmusch forse c'è una sua singolare logica.
A vincere di fronte all'empatia dei film suoi contendenti ha prevalso qualcosa di più vicino all'oggi, la fredda leggerezza e la poca empatia di tante famiglie contemporanee spesso malate di una cronica anaffettività.







