Come da auspicio, prosegue l’onda di elevata qualità sulla Croisette. Punte altissime, come il brasiliano O agente segreto di Kleber Mendonça Filho; ottimi film, come Die, My Love di Lynne Ramsay, Nouvelle Vague di Richard Linklater, Mirrors n.3 di Christian Petzold; discreti lavori come Eagles of the Republic di Tarik Saleh, La petite derniére di Hafsia Herzi. E anche qualche sonora delusione come Alpha di Julia Ducournau, già vincitrice della Palma d’oro nel 2021 con Titan.
Per lo più tutti ancorati ai generi classici, con le dovute contaminazioni, rivisitazioni e de-strutturazioni della post-modernità, questi titoli segnalano nel bene (in un caso nel male) il desiderio (o l’esigenza?) di un cinema che vuole guardare alla sua genesi per distinguersi dalla proliferazione della mediocrità da mini-schermo.
L’esplosione multicolore e multietnica alle atmosfere della Recife del 1977 ne è il miglior esempio: al suo quarto lungometraggio di finzione, Kleber Mendonça Filho ascrive O agente segreto nei canoni dello spy movie dal sottotetto politico, ma perfettamente mescolato al thriller, al family drama, alla commedia socio-antropologica nel suo farsi riflessione sulla ricerca identitaria e le sue memorie attraverso il tempo, ma anche sul cinema come luogo dove la Storia agisce e si trasmette come il sangue donato. L’ombra della dittatura brasiliana è il fantasma che disturba l’esistenze dei protagonisti, a partire dal protagonista Armando/Marcelo (un magnifico Wagner Moura), un ricercatore universitario vedovo sulla lista nera del regime, che torna nella natìa Recife per recuperare il figlioletto rimasto coi nonni. Insieme ad altri esuli, rifugiati, ricercati sotto falso nome, è ospite di Dona Sebastiana, un’anziana già anarchica e comunista che capisce oltre le parole. Un film di scrittura, regia e interpretazioni perfette, capace di usare il cinema come specchio di un passato che parla al presente e che può accordare critica e grande pubblico.












