Il fatto: alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 Ghali canterà. Sarà uno dei volti artistici dell’evento più importante che l’Italia ospiterà nei prossimi anni, il momento simbolicamente più alto dei Giochi, quello in cui un Paese si presenta al mondo. Serve gente presentabile, capace di dire al mondo cose nel più adeguato spirito olimpico. È questo Ghali la persona giusta (memorabile dalla sua “Ninna Nanna” questa frase: «Good Times / Good times, non mi rompere i coglioni con i Good vibes»)? Direi proprio di no. E ora vediamo perché. Dal 7 ottobre sono passati 844 giorni. Ottocentoquarantaquattro giorni dall’eccidio mostruoso compiuto da Hamas contro civili israeliani: un massacro deliberato, rivendicato, che ha aperto la guerra in corso. In questi 844 giorni Ghali ha parlato molto. Ha cantato, scritto, postato, accusato. Ma ha parlato solo quando gli è convenuto, solo in una direzione. Sul 7 ottobre, invece, tace. Da 844 giorni. Nel maggio 2024, durante un concerto, chiede un minuto di silenzio per le vittime dei bombardamenti israeliani a Gaza. Nell’agosto 2025 pubblica un lungo appello sui social: «A Gaza c’è un genocidio», «almeno sei giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano», «uccidere chi fa informazione significa nascondere la verità», fino alla frase più netta: «Ormai lo sanno tutti, lo ammettono tutti: a Gaza è in atto un genocidio». Invita gli artisti italiani a esporsi, accusa il silenzio come complicità morale, richiama la storia e la responsabilità collettiva. A ottobre 2025 il tono diventa ancora più duro: «Il rap è morto, non siete rapper», «usate mille parole ma non dite nulla sulla Palestina», «sostenere il genocidio vuol dire anche non schierarsi».