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Ultimo aggiornamento: 15:02

Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal 2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste, forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso.

E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente.

Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio, le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene: si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui denunciano una violenza.